Mi presento

Non so se sei capitato per caso sul mio blog oppure lo hai cercato, non so se ci conosciamo oppure no, allora mi presento.

   Mi chiamo RUGGIERO DORONZO, sono nato a Barletta e sono un frate presbitero dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
   A gloria di Dio insegno Teoria e tecniche della comunicazione presso la Facoltà Teologica Pugliese. Da alcuni anni dirigo la Biblioteca dell’Istituto teologico S. Fara in Bari, sono giornalista pubblicista e direttore responsabile de L’Aurora Serafica e altre riviste.
   Tutto sommato sono felice, soprattutto perché senza meritarlo mi sento amato e perdonato da Gesù e da tante persone che mi vogliono bene.

   In questo blog (se così si può chiamare) cerco di radunare gran parte del materiale che produco o che mi riguarda, in particolare puoi trovare:

gli articoli divulgativi che scrivo su l’Aurora Serafica;

gli articoli scientifici che ho pubblicato;

informazioni sui miei libri;

– le rubriche televisive: Connessi ma liberi 1′ serie2′ serie – 3′ serie

BUONA NAVIGAZIONE

R.D.

 Imposelt

 

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Dio non c’entra. O forse sì?

Il coronavirus ha letteralmente squassato la vita di tutti noi. Inaspettato, insidioso, potente ci ha costretto a rimanere a casa per due mesi. Per un certo tempo continuerà a circolare tra la popolazione mondiale, condizionando le abitudini e gli stili di vita e, anche dopo la scoperta del vaccino, i nostri atteggiamenti fisici e mentali probabilmente rimarranno per lungo tempo condizionati.
Vorrei proporvi una riflessione che vada al di là dei numeri del contagio, delle istruzioni per il distanziamento sociale, delle norme da seguire per evitare la diffusione della malattia, temi sui quali abbiamo forse raggiunto il limite della saturazione cerebrale.
Ho sentito poche persone lamentarsi con Dio per la situazione che si è venuta a creare. Era consuetudine, dopo un terremoto o un’altra calamità, sentire persone attribuire a Dio la colpa di quanto successo o, almeno, interrogarsi sul suo ruolo nella vicenda.
In realtà c’è stato qualche sparuto intervento per sostenere che questo virus sia la punizione divina per qualche peccato, ma evidentemente il ragionamento non regge se si considera che quasi sempre a pagare le conseguenze di queste presunte punizioni divine sono persone deboli e semplici, proprio quelle che Dio ama.
In generale, però, mi è sembrato che Dio sia stato poco coinvolto nella vicenda. Potrebbe essere il segno di una maggiore consapevolezza da parte degli esseri umani del fatto che molte volte sono loro stessi la causa dei mali che affliggono il mondo e, nel caso specifico, pochi hanno creduto che questo virus sia spuntato dal nulla, quasi in modo “naturale”. Dunque Dio non c’entra, mentre probabilmente c’entrano gli uomini che volendo farsi come Dio, manipolano la natura generando dei mostri. Ma questo, probabilmente, lo sapremo tra qualche decennio.
Tuttavia, il mancato coinvolgimento di Dio nell’attribuzione delle colpe del coronavirus, potrebbe rappresentare anche una certa emarginazione della trascendenza dalla vita delle persone. Dio non c’entra, ma non soltanto per quanto riguarda il virus, non c’entra in generale con la vita delle persone.
Certamente si sono registrati un po’ dovunque segnali di incremento della preghiera personale e familiare e di solidarietà verso i bisognosi. Ma se queste cose vengono fatte senza interrogarsi sul ruolo di Dio nelle vicende umane e personali, potrebbero rappresentare ancora una volta il tentativo di superare l’emergenza e non un’occasione per dare un senso nuovo alla propria esistenza. Infatti, soprattutto in Italia, siamo ormai abituati ad affrontare le emergenze, senza mai risolvere i problemi strutturali. Anche nella vita spirituale corriamo questo rischio.
C’è un’emergenza? Allora preghiamo, aiutiamoci ma, quando l’emergenza passa, torniamo alla solita vita. Anche lo slogan ufficiale di questa pandemia “andrà tutto bene” a mio avviso può nascondere quell’atteggiamento mentale tipicamente italiano: “ha da passa’ ’a nuttata”. Certamente resta valido il detto primum vivere deinde filosofare, ma qui non si tratta di speculazioni filosofiche, si tratta di vivere con fede. Un atteggiamento di fede, infatti, all’augurio “andrà tutto bene” preferisce la certezza biblica “tutto concorre al bene” (Rm 8, 28). Dio c’entra nella vita degli uomini, non perché sia causa del male, o solo perché ha il potere di farcelo scampare, ma perché egli sa trarre il bene anche dal male.
Il coronavirus, dunque, ci offre un’ulteriore e magnifica occasione di riflettere sul ruolo di Dio nella nostra vita. Occorre essere attenti a non sprecarla perché si tratta di un esercizio fondamentale per tutti coloro che cercano la verità.

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Questa è provvidenza!

L’Italia è sempre più anziana! Secondo recenti stime i nuovi nati in Italia l’anno scorso sono stati appena 458 mila, record negativo dal 1861. Rispetto al 2008, nel 2018 sono nati circa 120 mila bambini in meno.

Purtroppo questi dati bisogna dirli sottovoce perché sembra che in Italia, parlare della necessità di incrementare le nascite urti la sensibilità di chi sostiene le pratiche abortive. Infatti, ogni volta che un manifesto “pro vita” appare in qualche città, subito si levano proteste e urla per farlo rimuovere.

Finalmente qualcuno ha rotto questo tabù e ha deciso con grande coraggio di schierarsi dalla parte della vita e di venire allo scoperto.

Si tratta del barone Vitantonio Colucci, fondatore e titolare del gruppo Plastic-Puglia con sede a Monopoli (BA). Più volte premiato per i successi in campo lavorativo, Colucci ha sviluppato un’impresa leader a livello mondiale nel settore dell’irrigazione di precisione che occupa oltre 150 dipendenti e alimenta un indotto di decine di migliaia di persone.

Recentemente la cronaca nazionale si è occupata del Barone perché ha destato meraviglia l’iniziativa da lui lanciata: un bonus di 6mila euro per i propri dipendenti che mettono al mondo un figlio.

A quanti chiedevano spiegazioni Colucci ha dichiarato: «Dal momento che lo Stato italiano non dedica particolare attenzione a chi fa figli, ho deciso di promuovere le nascite dei figli dei miei dipendenti».

Come dare torto all’imprenditore nostro conterraneo? In una Italia che, nonostante il sovraindebitamento pubblico, continua a spendere e a sprecare risorse nei modi più vari, solo quando si tratta di famiglia e di sostegno alla natalità non si riescono a trovare le coperture finanziarie.

L’iniziativa di Vitantonio Colucci è sicuramente da lodare, non solo per i motivi appena detti, ma anche perché il “Premio nascita Lilly Colucci” è stato dedicato alla memoria della figlia dell’imprenditore scomparsa prematuramente. In tal modo egli dimostra anche di aver saputo trovare una risposta positiva, che esprime la forza della vita, al dramma della morte che ha visitato la sua famiglia.

Il Barone ha anche dichiarato: «L’idea ispirata da Lilly, sono certo, costituirà un sicuro punto di riferimento non solo per le aziende ma anche per lo Stato nazionale». Speriamo che abbia davvero ragione.

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Age quod agis

Nella sacrestia della chiesa di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo (la chiesa edificata al tempo di Padre Pio) ai piedi della porta che introduce all’altare c’è un mosaico abbastanza grande, indubbiamente visibile, con la scritta “age quod agis”.
Si tratta di un antico detto latino che letteralmente si traduce “fai ciò che fai” e mentre sembrerebbe una tautologia o un’affermazione lapalissiana, rappresenta invece un insegnamento profondo di vita.
Age quod agis, sono tre parole che oggi più che mai andrebbero ripetute come un mantra, andrebbero scritte sulle porte delle case, sulle pareti dei luoghi pubblici, sugli schermi dei computer e in ogni luogo dove si posa lo sguardo.
Questo motto è innanzitutto un invito alla concentrazione. In una società che spinge verso il multitasking cioè verso la capacità per l’essere umano di fare più cose contemporaneamente, age quod agis invita a rilassarsi, a fare le cose una per volta, come ad esempio mangiare senza contemporaneamente guardare la tv e chattare sullo smartphone.
“Fai ciò che fai” in fondo vuole dire “fai bene ciò che fai”: se stai lavorando, lavora; se stai pregando, prega; se sei in compagnia, socializza; se stai mangiando, gusta; se stai guidando, guida e basta.
I vantaggi di questo atteggiamento possono essere notevoli. Ci si può accorgere che il cibo ha un sapore speciale, che ci sono dettagli che mai avevamo notato, che la nostra felicità passa nella relazione con le persone che ci sono accanto. Inoltre, age quod agis è l’unico modo per mantenere la connessione tra spirito, mente e corpo evitando il pericolo della disgregazione. E poi, meno distrazione significa meno pericoli e meno rischi in casa, per strada, sul posto di lavoro.
Age quod agis, però, non è solo questo. Infatti, il motto si può anche tradurre con “renditi conto” o “abbi consapevolezza” di ciò che fai. Si tratta di un invito alla responsabilità personale, alla ponderazione di tutte le implicazioni di ogni atto umano. Ognuno deve rendersi conto delle conseguenze dei suoi atti, delle sue scelte, dei suoi comportamenti. Questo vale per tutti gli esseri umani, per il fatto che vivono in una società, sono connessi ad altre persone attraverso i vincoli di parentela, hanno responsabilità di diversa natura. Tuttavia, il richiamo dovrebbe assumere un senso tutto particolare per coloro che appartengono alla Chiesa, fanno parte del Corpo mistico e sono tenuti a dare testimonianza delle realtà divine. Soprattutto coloro che hanno delle precise responsabilità sugli altri e verso gli altri dovrebbero sentire la necessità di essere consapevoli del significato delle loro azioni e non è un caso se questo monito viene rivolto in particolare a ogni nuovo sacerdote durante il rito dell’ordinazione: “renditi conto di ciò che farai”.
Insomma, a tutti i livelli e in ogni settore della società e della Chiesa è necessario che il motto age quod agis diventi una norma di vita, perché la consapevolezza delle proprie azioni le renda utili, profonde, saporite e non pericolose tanto per chi le compie quanto per tutti coloro che ne subiscono gli effetti.

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C’è missione e “missione”

In principio erano i missionari. Uomini e donne animati da una forte fede e da una grande compassione per gli esseri umani, soprattutto quelli dei paesi più poveri. Partivano per annunciare il Vangelo nelle terre lontane e, insieme alla Parola di Dio, promuovevano il progresso integrale delle persone e dei popoli. Dal loro bagaglio culturale tiravano fuori le conoscenze tecniche per avviare progetti di sviluppo, per creare cooperative sociali, per scavare pozzi, organizzare scuole, orfanotrofi e ospedali. Insomma, l’amore per Dio e l’amore per l’uomo dava vita all’azione sociale tesa a risollevare i più poveri dalla miseria economica, dallo sfruttamento e dal degrado sociale. Anche il nostro Ordine religioso ha generato, e continua ancora a generare, schiere di missionari che, sostenuti dalla generosità della nostra gente, portano in varie parti del mondo il Vangelo e lo sviluppo. Pensiamo, solo per citarne uno, a Padre Prosperino Gallipoli, un missionario della nostra terra che in Mozambico ha costituito centinaia di cooperative per la coltivazione dei campi e l’allevamento degli animali, creando così migliaia di posti di lavoro e garantendo un sostentamento dignitoso a tantissime famiglie. Poi è iniziata l’era delle ONG. Anche persone non religiose, talvolta atee, ma animate da forti ideali umanitari, hanno sentito il desiderio di operare a favore dei popoli sottosviluppati avviando progetti sociali e assistenziali. Sono sorte così le ONG di cooperazione allo sviluppo quali libere associazioni, create da privati cittadini che, per motivazioni di carattere ideale, si impegnano a titolo privato e diretto, per dare un contributo alla soluzione dei problemi del sottosviluppo dei paesi più svantaggiati. Tuttavia, la cronaca di questi ultimi tempi ci mostra un tipo diverso di ONG che non si occupa tanto di progetti di sviluppo economico, né di creazione di scuole e ospedali, né di costruzione di depuratori d’acqua e di bonifiche nei paesi più poveri. Questa nuova forma di ONG si occupa solo di trasportare i migranti dalle coste africane a quelle europee. Una “missione” che ha insospettito non poco persino la magistratura. Numerosi sono gli interrogativi sui finanziamenti che ricevono queste organizzazioni, sui loro scopi, sui loro rapporti con i trafficanti di esseri umani, sulla loro rete di protezione. In buona sostanza, mentre i missionari, animati da uno spirito di fede, continuano ad andare nei posti più svantaggiati per favorirne lo sviluppo spirituale e quello socio-economico, alcune ONG hanno deciso che la fatica di lavorare per questo progresso sia inutile e che favorire l’emigrazione di intere popolazioni sia la soluzione di tutti i loro problemi.

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Nasce un bambino ma ce ne vorrebbero tanti

Nel tempo di Natale in tutte le chiese cristiane si canta: “Gioite, esultate, perché è nato un bambino, un figlio ci è stato donato”. Purtroppo, la stessa esclamazione di gioia che riguarda la nascita di Gesù bambino da tempo non si sente più in una grande fetta delle famiglie italiane. Infatti, i dati pubblicati dall’Istat nel rapporto “Natalità e fecondità della popolazione residente” sull’anno 2017 mostrano uno scenario allarmante. Nel 2017 sono stati iscritti all’anagrafe per la nascita 458.151 bambini, oltre 15mila in meno rispetto al 2016. Nell’arco di tre anni (dal 2014 al 2017) si è registrato un calo di circa 45mila nascite mentre sono quasi 120mila in meno rispetto al 2008. La denatalità è particolarmente accentuata nelle coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 358.940 nel 2017 (14mila in meno rispetto al 2016 e oltre 121mila in meno rispetto al 2008). Il calo delle nascite si riflette soprattutto sui primi figli: diminuiti del 25% rispetto al 2008. Una tendenza che si sta consolidando negli ultimi anni. Nello stesso arco temporale i figli di ordine successivo al primo si sono ridotti del 17%. Sembrerebbero le cifre di un bollettino di guerra. A rendere sconcertanti questi dati è la costatazione da parte dell’Istat che fra gli italiani non sta prendendo piedi un modello di vita sociale che non prevede l’avere figli, ma le donne non riescono a realizzare un desiderio di maternità. Questo è un dato nuovo e per chi deve intervenire a sostenere le donne e le famiglie in questo percorso è importante. Di recente la Germania, in condizioni anche più critiche dell’Italia e con cui si contende il primato di Paese più vecchio, ha messo in campo un grande numero di iniziative a sostegno della natalità che ha prodotto un aumento delle nascite continuo negli ultimi 5 anni. Guardando all’Italia sembra concretizzarsi lo scenario proposto nel film “I figli degli uomini” (2006) di un mondo dove non nascono più figli e il protagonista realizza: «Non ricordo più l’ultima volta che ho avuto speranza, non ricordo più quando l’ha avuta qualcun altro. Perché, in fondo, da quando le donne non possono più avere figli, che speranza ci può mai essere?». Tuttavia, è proprio il Natale a ridarci la speranza perché nella grotta di Betlemme, nelle case, nelle chiese e tra la gente la vita torna a fiorire. E anche nella situazione italiana ci sono ancora i margini per invertire la rotta, ad esempio modificando e migliorando le modalità di calcolo del reddito di cittadinanza con l’introduzione del criterio dei carichi familiari, per calibrarlo in modo più equo. Ma ormai non c’è più tempo da perdere. Il Natale ormai prossimo, e il Bambino che nasce nella Santa Famiglia, siano di buon auspicio per le famiglie italiane e diano ai giovani sposi la forza di fare scelte coraggiose e alle istituzioni la coscienza di quanto importante sia il tema della natalità per il futuro del Paese e dell’umanità.

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