Mi presento

Non so se sei capitato per caso sul mio blog oppure lo hai cercato, non so se ci conosciamo oppure no, allora mi presento.

   Mi chiamo RUGGIERO DORONZO, sono nato a Barletta nel 1973 e sono un frate presbitero dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
   A gloria di Dio insegno Teoria e tecniche della comunicazione presso la Facoltà Teologica Pugliese. Da alcuni anni dirigo la Biblioteca dell’Istituto teologico S. Fara in Bari, sono giornalista pubblicista e direttore responsabile de L’Aurora Serafica e altre riviste.
   Tutto sommato sono felice, soprattutto perché senza meritarlo mi sento amato e perdonato da Gesù e da tante persone che mi vogliono bene.

   In questo blog (se così si può chiamare) cerco di radunare gran parte del materiale che produco o che mi riguarda, in particolare puoi trovare:

gli articoli divulgativi che scrivo su l’Aurora Serafica;

gli articoli scientifici che ho pubblicato;

informazioni sui miei libri;

– le rubriche televisive: Connessi ma liberi 1′ serie2′ serie – 3′ serie

VARI CONTENUTI

gli articoli scritti per L’Ora del Salento;

altri articoli in ambito religioso;

il mio Cammino di Santiago;

comunicazione e tecnologia;

Buona navigazione, ciao.

Ruggiero

 Imposelt

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Age quod agis

Nella sacrestia della chiesa di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo (la chiesa edificata al tempo di Padre Pio) ai piedi della porta che introduce all’altare c’è un mosaico abbastanza grande, indubbiamente visibile, con la scritta “age quod agis”.
Si tratta di un antico detto latino che letteralmente si traduce “fai ciò che fai” e mentre sembrerebbe una tautologia o un’affermazione lapalissiana, rappresenta invece un insegnamento profondo di vita.
Age quod agis, sono tre parole che oggi più che mai andrebbero ripetute come un mantra, andrebbero scritte sulle porte delle case, sulle pareti dei luoghi pubblici, sugli schermi dei computer e in ogni luogo dove si posa lo sguardo.
Questo motto è innanzitutto un invito alla concentrazione. In una società che spinge verso il multitasking cioè verso la capacità per l’essere umano di fare più cose contemporaneamente, age quod agis invita a rilassarsi, a fare le cose una per volta, come ad esempio mangiare senza contemporaneamente guardare la tv e chattare sullo smartphone.
“Fai ciò che fai” in fondo vuole dire “fai bene ciò che fai”: se stai lavorando, lavora; se stai pregando, prega; se sei in compagnia, socializza; se stai mangiando, gusta; se stai guidando, guida e basta.
I vantaggi di questo atteggiamento possono essere notevoli. Ci si può accorgere che il cibo ha un sapore speciale, che ci sono dettagli che mai avevamo notato, che la nostra felicità passa nella relazione con le persone che ci sono accanto. Inoltre, age quod agis è l’unico modo per mantenere la connessione tra spirito, mente e corpo evitando il pericolo della disgregazione. E poi, meno distrazione significa meno pericoli e meno rischi in casa, per strada, sul posto di lavoro.
Age quod agis, però, non è solo questo. Infatti, il motto si può anche tradurre con “renditi conto” o “abbi consapevolezza” di ciò che fai. Si tratta di un invito alla responsabilità personale, alla ponderazione di tutte le implicazioni di ogni atto umano. Ognuno deve rendersi conto delle conseguenze dei suoi atti, delle sue scelte, dei suoi comportamenti. Questo vale per tutti gli esseri umani, per il fatto che vivono in una società, sono connessi ad altre persone attraverso i vincoli di parentela, hanno responsabilità di diversa natura. Tuttavia, il richiamo dovrebbe assumere un senso tutto particolare per coloro che appartengono alla Chiesa, fanno parte del Corpo mistico e sono tenuti a dare testimonianza delle realtà divine. Soprattutto coloro che hanno delle precise responsabilità sugli altri e verso gli altri dovrebbero sentire la necessità di essere consapevoli del significato delle loro azioni e non è un caso se questo monito viene rivolto in particolare a ogni nuovo sacerdote durante il rito dell’ordinazione: “renditi conto di ciò che farai”.
Insomma, a tutti i livelli e in ogni settore della società e della Chiesa è necessario che il motto age quod agis diventi una norma di vita, perché la consapevolezza delle proprie azioni le renda utili, profonde, saporite e non pericolose tanto per chi le compie quanto per tutti coloro che ne subiscono gli effetti.

Pubblicato in EDITORIALI su l'Aurora Serafica | Lascia un commento

C’è missione e “missione”

In principio erano i missionari. Uomini e donne animati da una forte fede e da una grande compassione per gli esseri umani, soprattutto quelli dei paesi più poveri. Partivano per annunciare il Vangelo nelle terre lontane e, insieme alla Parola di Dio, promuovevano il progresso integrale delle persone e dei popoli. Dal loro bagaglio culturale tiravano fuori le conoscenze tecniche per avviare progetti di sviluppo, per creare cooperative sociali, per scavare pozzi, organizzare scuole, orfanotrofi e ospedali. Insomma, l’amore per Dio e l’amore per l’uomo dava vita all’azione sociale tesa a risollevare i più poveri dalla miseria economica, dallo sfruttamento e dal degrado sociale. Anche il nostro Ordine religioso ha generato, e continua ancora a generare, schiere di missionari che, sostenuti dalla generosità della nostra gente, portano in varie parti del mondo il Vangelo e lo sviluppo. Pensiamo, solo per citarne uno, a Padre Prosperino Gallipoli, un missionario della nostra terra che in Mozambico ha costituito centinaia di cooperative per la coltivazione dei campi e l’allevamento degli animali, creando così migliaia di posti di lavoro e garantendo un sostentamento dignitoso a tantissime famiglie. Poi è iniziata l’era delle ONG. Anche persone non religiose, talvolta atee, ma animate da forti ideali umanitari, hanno sentito il desiderio di operare a favore dei popoli sottosviluppati avviando progetti sociali e assistenziali. Sono sorte così le ONG di cooperazione allo sviluppo quali libere associazioni, create da privati cittadini che, per motivazioni di carattere ideale, si impegnano a titolo privato e diretto, per dare un contributo alla soluzione dei problemi del sottosviluppo dei paesi più svantaggiati. Tuttavia, la cronaca di questi ultimi tempi ci mostra un tipo diverso di ONG che non si occupa tanto di progetti di sviluppo economico, né di creazione di scuole e ospedali, né di costruzione di depuratori d’acqua e di bonifiche nei paesi più poveri. Questa nuova forma di ONG si occupa solo di trasportare i migranti dalle coste africane a quelle europee. Una “missione” che ha insospettito non poco persino la magistratura. Numerosi sono gli interrogativi sui finanziamenti che ricevono queste organizzazioni, sui loro scopi, sui loro rapporti con i trafficanti di esseri umani, sulla loro rete di protezione. In buona sostanza, mentre i missionari, animati da uno spirito di fede, continuano ad andare nei posti più svantaggiati per favorirne lo sviluppo spirituale e quello socio-economico, alcune ONG hanno deciso che la fatica di lavorare per questo progresso sia inutile e che favorire l’emigrazione di intere popolazioni sia la soluzione di tutti i loro problemi.

Pubblicato in EDITORIALI su l'Aurora Serafica | Lascia un commento

Nasce un bambino ma ce ne vorrebbero tanti

Nel tempo di Natale in tutte le chiese cristiane si canta: “Gioite, esultate, perché è nato un bambino, un figlio ci è stato donato”. Purtroppo, la stessa esclamazione di gioia che riguarda la nascita di Gesù bambino da tempo non si sente più in una grande fetta delle famiglie italiane. Infatti, i dati pubblicati dall’Istat nel rapporto “Natalità e fecondità della popolazione residente” sull’anno 2017 mostrano uno scenario allarmante. Nel 2017 sono stati iscritti all’anagrafe per la nascita 458.151 bambini, oltre 15mila in meno rispetto al 2016. Nell’arco di tre anni (dal 2014 al 2017) si è registrato un calo di circa 45mila nascite mentre sono quasi 120mila in meno rispetto al 2008. La denatalità è particolarmente accentuata nelle coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 358.940 nel 2017 (14mila in meno rispetto al 2016 e oltre 121mila in meno rispetto al 2008). Il calo delle nascite si riflette soprattutto sui primi figli: diminuiti del 25% rispetto al 2008. Una tendenza che si sta consolidando negli ultimi anni. Nello stesso arco temporale i figli di ordine successivo al primo si sono ridotti del 17%. Sembrerebbero le cifre di un bollettino di guerra. A rendere sconcertanti questi dati è la costatazione da parte dell’Istat che fra gli italiani non sta prendendo piedi un modello di vita sociale che non prevede l’avere figli, ma le donne non riescono a realizzare un desiderio di maternità. Questo è un dato nuovo e per chi deve intervenire a sostenere le donne e le famiglie in questo percorso è importante. Di recente la Germania, in condizioni anche più critiche dell’Italia e con cui si contende il primato di Paese più vecchio, ha messo in campo un grande numero di iniziative a sostegno della natalità che ha prodotto un aumento delle nascite continuo negli ultimi 5 anni. Guardando all’Italia sembra concretizzarsi lo scenario proposto nel film “I figli degli uomini” (2006) di un mondo dove non nascono più figli e il protagonista realizza: «Non ricordo più l’ultima volta che ho avuto speranza, non ricordo più quando l’ha avuta qualcun altro. Perché, in fondo, da quando le donne non possono più avere figli, che speranza ci può mai essere?». Tuttavia, è proprio il Natale a ridarci la speranza perché nella grotta di Betlemme, nelle case, nelle chiese e tra la gente la vita torna a fiorire. E anche nella situazione italiana ci sono ancora i margini per invertire la rotta, ad esempio modificando e migliorando le modalità di calcolo del reddito di cittadinanza con l’introduzione del criterio dei carichi familiari, per calibrarlo in modo più equo. Ma ormai non c’è più tempo da perdere. Il Natale ormai prossimo, e il Bambino che nasce nella Santa Famiglia, siano di buon auspicio per le famiglie italiane e diano ai giovani sposi la forza di fare scelte coraggiose e alle istituzioni la coscienza di quanto importante sia il tema della natalità per il futuro del Paese e dell’umanità.

Pubblicato in EDITORIALI su l'Aurora Serafica | Lascia un commento

Quando la stoltezza viene scambiata per civiltà

Il mio padre maestro del noviziato, un uomo saggio e prudente, ogni volta che guardava il telegiornale ad un certo punto si alzava dalla sedia borbottando qualcosa e si ritirava in camera sua a pregare. Per lui il telegiornale terminava con le notizie dall’Inghilterra e quando queste arrivavano, lui appariva perplesso, forse un po’ infastidito, e se ne andava via citando un versetto biblico che dice: “o popolo stolto e insipiente”. La sua analisi comunicativa delle notizie dalla Gran Bretagna era lucidissima: da quel paese arrivano solo notizie superficiali! Come dargli torto? Nella maggior parte dei casi è vero. Dai servizi dei nostri telegiornali sembra che, mentre in tutto il mondo ci siano tensioni sociali, problemi politici, crisi economiche, al di là della Manica le uniche preoccupazioni siano il cappellino della regina, la carrozza della principessa o la visita del principe a qualche associazione di beneficenza. Tuttavia, di tanto in tanto, qualche finestra sulla realtà si apre e così scopriamo che quello non è il paese delle fiabe. Il referendum sulla “brexit” ha mostrato una nazione profondamente divisa su tanti temi politici. L’elezione di un sindaco musulmano a Londra ha fatto comprendere quanto numerosa e potente sia la comunità islamica che si attesta in tutto il paese intorno al 20 per cento e nella City conta 425 moschee sovraffollate. Ma allo stesso tempo gli attentati di Londra hanno svelato il ribollimento interno alla comunità musulmana che, lungi dall’integrazione, non sopporta il multiculturalismo e la tolleranza. L’ultima triste finestra che si è aperta sul Regno Unito ha riguardato il sequestro e la tortura del piccolo Alfie Evans in un ospedale pubblico. Infatti proprio di questo si è trattato. Un piccolo bambino sottratto ai suoi genitori e ucciso con la sentenza di un tribunale. Lo stato ha deciso che per risparmiare bisognava sottrarre un bambino ammalato alla potestà genitoriale e negarli persino un po’ di aria per respirare o un po’ di acqua per idratarsi. Anche se in tutti questi casi le notizie dall’Inghilterra non sono basate sulle solite “reali” stupidagini, mi è tornato in mente il saggio padre maestro. Il problema è che qualcuno dalle nostre parti ritiene quella stoltezza un modello di “civiltà” e un esempio da seguire.

Pubblicato in EDITORIALI su l'Aurora Serafica | Lascia un commento

Il voto dei cattolici?

Tra le diverse analisi sociopolitiche che hanno tentato di interpretare e commentare il voto del 4 marzo, una mi ha colpito particolarmente. Alcuni analisti hanno evidenziato la scomparsa dalla scena politica italiana, e quindi anche dal dibattito pubblico, dei politici cattolici animati e ispirati da una forte identità religiosa. Non condivido pienamente questo tipo di analisi perché, a mio avviso, nelle ultime elezioni forse è definitivamente tramontata solo l’idea di un partito completamente di ispirazione cristiana. Le cause che hanno determinato tale situazione sono molteplici. La prima di queste è che i partiti che nel passato si dichiaravano cattolici non hanno dato buona testimonianza di onestà e di coerenza con il credo professato. In tal senso non è un male il fatto di non avere un partito che si dichiari cattolico e poi venga coinvolto in scandali di vario genere o che per realpolitik sostenga leggi contrarie ai valori che dovrebbero contraddistiguerlo. La seconda causa risiede nel fatto che le gerarchie ecclesiastiche hanno deciso di astenersi totalmente dal fornire indicazioni di voto o, più precisamente, talvolta hanno espressamente detto per chi non votare, ma non hanno fatto altrettanto per indicare ai fedeli chi votare. Giustamente i vertici della Chiesa pensano che non avere un partito di riferimento li renda probabilmente più liberi di parlare e di poter svolgere un’azione di richiamo al bene comune verso tutti gli schieramenti politici. Il problema è che ultimamente la Chiesa italiana sembra aver rinunciato anche al suo ruolo naturale di gruppo di pressione, nonostante abbia dei valori e delle visioni del mondo altamente positivi da affermare, e ha lasciato campo libero ad altri gruppi di pressione, lobby e sodalizi che sono portatori di interessi e visioni del mondo contrarie a quelle cristiane e che spesso sono immorali sul piano economico, antropologico e sociale. In terzo luogo sembra che anche il rapporto tra fede e identità sia diventato liquido come la società e così sempre più spesso la norma che spinge ad agire non è dettata dai valori fondamentali dell’esistenza personale, ma dai sentimenti che ognuno prova in un dato momento. La fede dunque non crea più identità, non aggrega, non costituisce soggetti collettivi, ma rimane un fatto individuale, un fai da te che si accartoccia sempre più nella “spirale del silenzio” nel quale la società liquida l’ha confinata.

Pubblicato in EDITORIALI su l'Aurora Serafica | Lascia un commento